Lieto fine

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4 Febbraio 2024
In Unicoop Tirreno ciò che non è idoneo alla vendita, ma può essere mangiato, va a Buon Fine. La rinascita di un progetto di solidarietà, antispreco

Articolo pubblicato su NuovoConsumo del mese di febbraio 2024

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C’è la mozzarella vicina alla scadenza, il pacco di pasta ammaccato, il pane e la pizza, i piatti pronti del giorno che vanno mangiati entro sera così come la verdura e la frutta non più freschissime ma ancora buone. Alcuni esempi – ma in realtà ce ne sono a decine di prodotti non più idonei alla vendita – che rappresentano cosa succede in un Supermercato a fine giornata. Ma la parola spreco, in Coop, non si vuole sentire. Anzi, quello che potrebbe essere un “peccato” si trasforma in un’opportunità grazie al Buon Fine, il progetto attraverso il quale, da ormai 20 anni, Unicoop Tirreno dona questi prodotti alle associazioni locali, alle mense e agli empori solidali che a loro volta aiutano chi ha bisogno.

Tutta la nostra solidarietà
Non stiamo parlando di poche cose. Basti pensare che nel 2023 sono stati consegnati prodotti pari a 1 milione e 624mila euro, corrispondenti a 325mila pasti. Dietro questi numeri un grande impegno. Da parte degli addetti dei Supermercati che selezionano i prodotti da consegnare e da parte di decine di volontari delle associazioni che operano nei territori dove la Cooperativa è presente: «Siamo al lavoro per far sì che il Buon Fine sia rilanciato a fronte di una flessione che si è registrata negli ultimi anni di circa il 15%, in primis a causa del Covid – afferma Matteo Dorelli, responsabile settore soci e relazioni esterne di Unicoop Tirreno –. Dentro questo progetto c’è tutto il concetto di solidarietà che fa parte di Coop, ma è anche un’attività complessa, che si nutre di una sensibilità diffusa, che ha come protagonisti quasi tutti gli addetti dei negozi e i volontari delle associazioni, con gestioni diverse da territorio a territorio».

Descrizione del progetto
Al momento, in 82 Supermercati sono state attivate le convenzioni con 62 associazioni, ma solo in 54 avviene il ritiro della merce: «Stiamo cercando di far partire il Buon Fine anche nei Supermercati mancanti e di riqualificarlo – continua Dorelli –. Insieme ai colleghi dell’ufficio qualità di Unicoop Tirreno, a seguito dell’incontro con i capi negozio, abbiamo realizzato uno schema per verificare cosa è più facile donare e i relativi reparti, come forneria e ortofrutta, e i prodotti confezionati che non hanno più le caratteristiche per essere venduti. Bisogna tener conto che una riduzione dei prodotti destinati al Buon Fine è dovuta anche alle iniziative messe in campo sempre per ridurre lo spreco e a tutela del potere d’acquisto dei soci come, per esempio, il Mangiami subito: prodotti vicini alla scadenza messi in vendita al 50% del loro prezzo», precisa Dorelli. In questo percorso di rilancio del Buon Fine, Unicoop Tirreno ha incontrato anche i rappresentanti delle associazioni: «Ci siamo resi conto che è giunto il momento anche per loro di mettersi in rete in modo da confrontarsi sui problemi e le necessità dei territori. Come Cooperativa – conclude Dorelli – proseguiamo nel nostro chiaro intento che non è certo quello di diminuire le donazioni, ma quello di diminuire lo spreco».

Frenare lo spreco
Un problema etico e ambientale da risolvere: la Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare è lì a ricordarcelo
. (Miriam Spalatro)

Lo spreco alimentare è ancora oggi uno dei maggiori problemi che il mondo deve risolvere. Un problema sia etico che ambientale, considerato che al mondo si butta via oltre un terzo del cibo prodotto mentre circa un miliardo di persone muore ancora di fame e la richiesta di cibo da parte della popolazione, in crescita, sale vorticosamente. Tutto questo senza dimenticare che, buttando via alimenti, si sprecano anche le risorse necessarie a produrli come acqua, energia e suolo. Elementi esauribili che bisogna proteggere e preservare. Per mettere in campo azioni concrete contro lo spreco il 5 febbraio si celebra la Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, ricorrenza in linea con il conseguimento dell’obiettivo 12.3 di sviluppo sostenibile dell’Agenda Onu 2030 che invita a “dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030”.

Ma qual è la situazione oggi in Italia? Siamo stati in grado negli ultimi anni di migliorarci nella lotta al food waste (così è definito il problema nel mondo)? In base a dati Eurostat nel 2020 ogni italiano ha gettato via 146 chilogrammi di cibo (15 chilogrammi più della media europea). Come nella maggior parte dei paesi industrializzati, il grosso dello spreco avviene in casa (73%) quindi in fase di consumo degli alimenti. Traducendo tutto in denaro, secondo il recente studio Spreco e fame del Centro studi Divulga, buttare via il cibo costa a ogni italiano ben 385 euro l’anno. Ma ciò che consola, in base al report Waste Watcher dell’Osservatorio Waste Watcher International, è che il fenomeno sta migliorando: lo spreco è diminuito in Italia nell’estate 2023 del 25% rispetto al 2022 e in Usa (paese tradizionalmente sprecone) addirittura del 35%.

La causa principale è, senza dubbio, la crescita dell’inflazione e la crisi economica che stanno colpendo molti paesi al mondo generando prezzi più alti anche per il cibo. Un’inversione di tendenza che mostra come l’efficienza nell’uso delle risorse e quindi il minore spreco siano stimolati dalla minore capacità di spesa di ciascuno.

 

Causa-effetti
Quelli di lungo periodo dello spreco alimentare da cui l’analisi economica non può prescindere.
(Pompeo della Posta)

Si stima che 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, circa un terzo della produzione mondiale, vada sprecato. Un’analisi economica riferita ai soli effetti di breve periodo porterebbe a concludere, forse cinicamente, che il problema non sussiste: la produzione in eccesso, infatti, implicherebbe un maggiore impiego – e quindi una maggiore remunerazione – dei fattori che vi hanno contribuito, a cominciare dal lavoro, e il maggiore monte-salari indurrebbe a sua volta un aumento del reddito totale grazie agli effetti moltiplicativi risultanti dalla catena dei consumi. Un’analisi del genere, tuttavia, sarebbe inaccettabile, perché non prenderebbe in esame gli effetti di lungo periodo dello spreco alimentare. L’uso del “fattore lavoro” è certamente da incoraggiare (sebbene si possa discutere del suo basso valore aggiunto in molte produzioni agricole).

Esistono altri fattori della produzione, però, la cui dotazione naturale è limitata. Basta pensare all’energia di origine fossile – che si fatica a trasformare in energia pulita –; all’acqua – che colpevolmente disperdiamo dai nostri acquedotti e che la riduzione delle precipitazioni rende sempre più scarsa –; all’uso del suolo – anch’esso una risorsa scarsa, spesso improvvidamente aumentata con la deforestazione –. Un uso non necessario di queste risorse, dunque, ne causa la diminuzione permanente, anticipandone l’esaurimento. I rifiuti organici, inoltre, sono, dopo Cina e Stati Uniti, la terza fonte di emissione al mondo di metano, un gas serra che contribuisce in maniera significativa al riscaldamento globale.

Nell’attesa di un mondo a zero emissioni è dunque necessario ottimizzare la produzione, allineandola quanto più possibile ai consumi effettivi e facendo in modo che gli sprechi alimentari non superino un, probabilmente, inevitabile livello fisiologico. Ecco la semplice ragione per la quale le Nazioni Unite hanno incluso fra i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile il loro dimezzamento entro il 2030.